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IN 30 SECONDI

Scegliere un registro linguistico inclusivo è indispensabile se vogliamo che i nostri contenuti siano accessibili e anche rispettosi di tutte le persone che accedono al nostro sito. In Italia non esiste ancora una guida specifica (ComuniLabo ci sta lavorando!) ma in questi articoli raccogliamo alcuni utili suggerimenti e buone pratiche, linguistiche e di contenuto.

BIOGRAFIE IN 3 SECONDI

Tullio De Mauro

(Torre Annunziata, 31 marzo 1932 – Roma, 5 gennaio 2017) è stato un linguista, lessicografo, accademico e saggista italiano. Ha scritto anche sul rapporto tra parole e disabilità.

Noam Chomsky

(Filadelfia, 7 dicembre 1928) è un linguista, accademico, teorico della comunicazione. Ha rivoluzionato il modo. in cui parliamo di disabilità.

Quando un’azienda, un’organizzazione o un’associazione inizia ad adottare una mentalità accessibile, spesso si inizia a pensare ai contenuti. Invece, indipendentemente dall’argomento che vogliamo affrontare, prima di tutto bisogna scegliere il registro linguistico da utilizzare. Ovviamente si dovranno affrontare tematiche sulla diversità e l’inclusione ma non sempre questo significa creare contenuti specifici per le persone con disabilità: più frequentemente richiede una mentalità aperta, positiva, in grado di affrontare gli argomenti con modalità e contenuti adatti e rispettosi per tutti. 

 

Nessuna comunità è composta da persone uguali

Condividiamo un pensiero che riteniamo fondamentale: non esiste un unico modo “giusto” per parlare di disabilità, tuttavia alcuni termini sono ampiamente considerati inappropriati. Quindi anche semplicemente prestando attenzione alla scelta delle parole, possiamo evitare errori macroscopici.

I più comuni possono essere:

  • Usare termini come “normale” o “sano”: esistono disturbi e condizioni che non sono patologici e caratterizzano la persona senza poterla definire anormale (e poi, non esiste la definizione di “normale”)
  • Evidenziare la disabilità o la condizione di una persona senza il suo consenso
  • Fare riferimento a tecnologie assistive (ad es. lo screen reader) come qualcosa di cui le persone ‘hanno bisogno’: sono strumenti, esattamente come tutti ‘hanno bisogno’ di un monitor per utilizzare un PC
  • Fare ipotesi o affermazioni su come una disabilità influenzi il comportamento di una persona
  • Scrivere come se si possedesse la verità assoluta rispetto alle persone o alle disabilità
  • Utilizzare di una terminologia obsoleta (speriamo davvero che nessuno più si riferisca ad una persona con sindrome di Down chiamandola ‘mongoloide’…).

Dove trovare supporto?

In Italia non abbiamo uno strumento come la Guida allo stile del linguaggio per la disabilità del National Center on Disability and Journalism (ComuniLabo si sta attrezzando!) perché è un’eccellente risorsa per i creatori di contenuti. Per chi può leggere in inglese, la consigliamo poiché tratta termini specifici e fornisce numerosi consigli utili. Alcuni anni fa l’Accademia della Crusca ha pubblicato un interessante articolo sulle parole della discriminazione

Tuttavia, nessuna guida di stile può essere perfetta; le persone hanno reazioni diverse (e ugualmente valide) in base alle proprie storie, alle sfide che affrontano quotidianamente ed alle proprie condizioni.Ad esempio, scrivere “adatto alle persone con disabilità visive” è spesso interpretato come meno offensivo di “adatto ai ciechi”, poiché indica che la persona non è definito dalla propria disabilità.

Inoltre, alcune comunità di disabili non sono d’accordo con questo approccio: ad esempio, alcuni gruppi social a cui si riferiscono le persone autistiche non apprezzano che si scriva “persona con autismo e scelgono piuttosto “persona autistica” perché non vogliono essere separati da quella parte della propria identità.

Una buona regola

Ecco un buon suggerimento da prendere in considerazione: informiamoci prima. Sembra banale ma è semplice ed efficace: basta leggere alcuni articoli pubblicati sui siti ufficiali, sulle pagine social delle principali associazioni ed organizzazioni, per raccogliere preziose indicazioni e suggerimenti. Certamente non ci permetterà di scrivere come professionisti ma, probabilmente, ci aiuterà ad evitare errori grossolani.

Un altro suggerimento semplice? Se stiamo scrivendo di una persona o un’organizzazione particolare, usiamo la terminologia preferita. Alcune persone preferiscono il linguaggio impersonale mentre altri preferiscono il linguaggio incentrato sulla persona, altri ancora potrebbero preferire termini alternativi. Se stiamo scrivendo delle disabilità di un individuo, se possibile chiediamogli la sua preferenza o, in alternativa, nuovamente documentiamoci leggendo ciò che ha scritto online e sui social.

Perché vogliamo parlare di accessibilità?

Consideriamo anche un aspetto, semplice ma rilevante: assicuriamoci di scrivere di disabilità quando abbiamo un buon motivo. Evidenziare le condizioni di una persona può essere offensivo se è irrilevante per l’argomento. Ad esempio, se pubblichiamo un comunicato stampa sui miglioramenti dell’accessibilità del nostro sito, menzionare la disabilità di un dipendente che ha collaborato alla realizzazione potrebbe essere offensivo (a meno che la persona non ritenga utile mostrare come sia stato realizzato un approccio accessibile).

Oppure ancora, ad alcune persone non dispiacerà dialogare sulle proprie condizioni con un pubblico generico, ma assicuriamoci che sia così prima di pubblicare: citare la presenza di persone disabili ad un evento pubblico, in particolare corredando le informazioni con fotografie, può essere veramente fuori luogo se stiamo descrivendo semplicemente l’evento.

Non abbiamo paura di parlare di disabilità quando l’argomento è rilevante.

Se non è rilevante, non parliamone (esattamente come non citeremmo la razza o la religione se stiamo parlando di medicina…).  Allo stesso modo, se abbiamo una buona ragione, parliamo di disabilità! Dobbiamo sempre sempre la varietà del nostro pubblico e non possiamo illuderci che tra i nostri lettori non ci siano persone con disabilità o disturbi specifici. In numerosi siti non si pubblicano contenuti sull’accessibilità né si evidenziano gli interventi inclusivi perché si teme di “spaventare” i lettori. Non è certamente una buona ragione per evitare l’argomento: parlare di disabilità e di accessibilità può aiutare a rendere comune il dialogo anche su questi temi e, sebbene scriverne online richieda uno sforzo, ogni articolo ed intervento ben fatto è estremamente prezioso.

Conclusione (?)

L’argomento è veramente vasto e ComuniLabo continuerà ad affrontarlo con altri articoli e con la nuova Guida al linguaggio perché, oltre ad una utilità sociale, è una intelligente scelta per il business. La comunità dei disabili è la più grande in Italia, almeno il 20% delle persone che accede alla rete ha una o più disabilità: ciò che scrivi sul tuo sito potrebbe offendere, o almeno disturbare, involontariamente le persone utilizzando un determinato linguaggio, anche se in buona fede. Inoltre un sito realizzato senza considerare l’ampia parte di pubblico con disabilità, rinuncia a dialogare con molti utenti e possibili clienti. Quindi: siamo coerenti, pensiamo attentamente al nostro pubblico e facciamo del nostro meglio per presentare le informazioni in modo accessibile e positivo.

Vorresti realizzare un sito o un blog accessibile e inclusivo? Noi di Comunilabo possiamo aiutarti con la competenza dei nostri esperti in comunicazione web accessibile.

 

Immagine: shutterstock/Monkey Business Images

Clicca qui per leggere l’articolo “L’algoritmo di Google premia i siti accessibili”

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